Chi entra nella chiesa di San Biagio porta con sé, spesso, la fretta della settimana, i pensieri del quotidiano. Ma basta alzare lo sguardo verso le vetrate colorate perché il tempo sembri rallentare e le pareti si aprano su storie antiche, dense di significato. Tra le figure che le vetrate ci restituiscono campeggia quella di una donna dall'aria solenne, seduta sotto un albero di palme, con un'arpa accanto. È Deborah — Debbora nella tradizione ebraica — una delle figure più straordinarie dell'Antico Testamento.
Chi era davvero Deborah?
Questa puntata della nostra rubrica Arte a Rozzano si ferma davanti a quella vetrata per chiederci: chi era davvero Deborah? Perché è ritratta con l'arpa? E in che senso il suo volto ci parla ancora di giustizia?
Siamo intorno al XII secolo avanti Cristo. Il popolo d'Israele vive in Canaan ma non ha ancora un re: è guidato dai «giudici», figure carismatiche che ricevono da Dio il mandato di liberare il popolo dall'oppressione e di amministrarne la vita comunitaria. Tra loro compare Deborah — e non come eccezione da spiegare, ma come presenza normale nel racconto biblico.
«Debbora, una profetessa, moglie di Lappidoth, giudicava Israele in quel tempo. Ella sedeva sotto la palma di Debbora, tra Rama e Betel, sulla montagna di Efraim, e gli Israeliti salirono da lei per i loro giudizi.»
Giudici 4, 4-5
La vocazione alla giustizia: anche oggi?
Il testo è lapidario nella sua chiarezza: Deborah giudica. Non «aiuta a giudicare», non «consiglia». Giudica. Il verbo ebraico šāphaṭ — lo stesso usato per tutti gli altri giudici d'Israele — indica il potere di pronunciare sentenze vincolanti, di dirimere controversie, di ristabilire l'ordine sociale secondo i valori dell'alleanza con Dio. Deborah esercita questa funzione con autorità piena e riconosciuta.
Allo stesso tempo è profetessa: colei che ascolta la parola di Dio e la trasmette al popolo. Quando il generale Barac esita davanti alla battaglia contro l'esercito cananeo di Sisara, è Deborah a dargli il mandato divino: «Va'! Questo è il giorno in cui il Signore consegna Sisara nelle tue mani» (Gdc 4,14). La battaglia si vince. La liberazione arriva.
La palma e l'arpa
Nota sulla vetrata di San Biagio: nella raffigurazione presente in chiesa, Deborah è seduta sotto una palma — richiamo diretto al «palmeto di Deborah» del testo biblico — e tiene accanto a sé un'arpa. L'arpa non compare nel racconto in prosa del capitolo 4, ma è intimamente legata al capitolo 5, il cosiddetto «Cantico di Deborah», uno dei testi poetici più antichi dell'intera Bibbia ebraica.
Il capitolo 5 dei Giudici è un inno di vittoria che Deborah e Barac intonano dopo la disfatta di Sisara. La sua antichità è tale che gli studiosi lo datano al XII-XI secolo a.C., rendendolo uno dei frammenti letterari più arcaici dell'Antico Testamento. Ed è un canto di straordinaria potenza poetica:
«Io canterò al Signore, io suonerò, io salmeggerò al Signore, Dio d'Israele.»
Giudici 5, 3
Nella tradizione iconografica cristiana e giudaica, chiunque sia ritratto come autore di un salmo o di un inno sacro viene accompagnato dall'arpa — lo strumento per eccellenza della lode divina, quello di Davide, quello dei leviti nel Tempio. Raffigurare Deborah con l'arpa significa dunque riconoscerla come cantrice ispirata, voce che trasforma la storia in preghiera, l'evento militare in teologia vivente.
Il canto è memoria
Ma c'è di più. Nel linguaggio simbolico dell'arte sacra, l'arpa evoca anche la memoria: il suono che rimane dopo che il fatto è accaduto, la storia che diventa canto perché non vada dimenticata. Deborah con l'arpa è la donna che non lascia spegnere la memoria della liberazione — e ogni liberazione, nella Bibbia, è sempre anche un atto di giustizia.
Perché scegliere Deborah come simbolo di giustizia? La risposta è intrecciata su più livelli.
Prima di tutto, la giustizia come servizio al popolo. Deborah siede sotto la palma e ascolta. Chiunque arrivi da lei con una controversia trova ascolto e risposta. La sua funzione di giudice non è privilegio di casta né esercizio di potere personale: è diaconia, servizio orientato al bene della comunità. In un'epoca e in una cultura dominate da figure maschili, il testo biblico non si stupisce di questa donna: la descrive con la stessa naturalezza con cui descrive gli altri giudici. La giustizia, suggerisce la Bibbia, non ha genere — ha vocazione.
In secondo luogo, la giustizia come fedeltà all'alleanza. I giudici d'Israele non applicano leggi arbitrarie: il loro criterio è la Torah, la legge dell'alleanza tra Dio e il suo popolo. Giudicare «secondo Dio» significa rimettere al centro i più vulnerabili, difendere l'orfano e la vedova, ristabilire l'ordine che il peccato e l'oppressione hanno infranto. Deborah incarna questa visione teologica della giustizia: non è cieca (come la benda degli occhi della Dike greca), ma chiaroveggente — perché vede con gli occhi di Dio.
Infine, la giustizia come coraggio profetico. Deborah non si limita a giudicare le cause private: interviene nella storia. Quando Israele è oppresso, lei parla. Quando il generale esita, lei incalza. C'è in lei una giustizia che non si accontenta di risolvere i conflitti tra individui, ma si proietta sulla storia collettiva, sull'oppressione strutturale, sulla necessità di liberazione. È quella che oggi chiameremmo giustizia sociale — e il suo fondamento, nel racconto biblico, è squisitamente teologico: viene da Dio, risponde a Dio, serve Dio nel volto del popolo.
La giustizia nella Chiesa
L'immagine di Deborah seduta sotto la palma a ricevere chi viene da lei con le proprie dispute e i propri pesi è diventata, nella spiritualità cristiana, una metafora della Chiesa stessa: luogo di incontro, di ascolto, di composizione dei conflitti «secondo lo Spirito».
La giustizia accessibile a tutti
Il palmeto non è un tribunale anonimo: è uno spazio all'aperto, accessibile a tutti, immerso nella natura. La giustizia di Deborah non intimorisce — attira. Non umilia — libera. Non divide — riunisce. In questo senso, la vetrata di San Biagio non è solo illustrazione biblica: è un programma pastorale dipinto nel vetro.
Le vetrate delle nostre chiese non sono decorazioni. Sono — secondo l'antica definizione medievale — la Bibbia dei poveri: storie sacre rese visibili per chi non sapeva leggere, luce colorata che trasformava la luce del sole in catechesi permanente. Guardare la Deborah di San Biagio è dunque un atto di lettura.
La giustizia nella comunità pastorale Discepoli di Emmaus
E quella figura ci interroga. Ci chiede: dove sono oggi i «palmeti» in cui chi è ferito dall'ingiustizia può trovare ascolto? Chi sono i giudici — nel senso biblico, profetico — della nostra comunità? Come diventiamo, noi, voce di giustizia nei luoghi in cui viviamo, lavoriamo, abitiamo?
Deborah non è una figura del passato congelata nel vetro. È una presenza viva che, ogni volta che entriamo in chiesa e alziamo lo sguardo, ci ricorda che fede e giustizia non sono due cose separate. Che credere in Dio comporta alzare la voce per chi non ha voce. Che la lode — l'arpa! — non è fuga dalla realtà, ma il modo in cui il cuore rimane libero per continuare a combattere la buona battaglia.
«Così periscano tutti i tuoi nemici, Signore! Ma coloro che ti amano siano come il sole quando sorge nella sua potenza.»
Giudici 5, 31 — l'ultimo verso del Cantico di Deborah
Ogni mattina la vetrata si risveglia
Quella potenza del sole che sorge — libera, calda, insopprimibile — è l'immagine con cui la Bibbia chiude il canto di Deborah. È l'immagine di una giustizia che non si stanca. Che torna, ogni mattina, a illuminare le nostre piazze e le nostre chiese. Anche quella di San Biagio, a Rozzano.
***
Arte a Rozzano è la rubrica della Comunità Pastorale Discepoli di Emmaus dedicata alle testimonianze di arte religiosa — e non solo — presenti nelle quattro parrocchie della comunità: S. Ambrogio, S. Angelo, S. Biagio, Ss. Chiara e Francesco. Ogni appuntamento si ferma davanti a un'opera, una vetrata, un affresco, una scultura, per riscoprire la bellezza che ci avvolge.
La vetrata è stata realizzata da "Tocchi di colore. Crema", pittore F. M. Lodigiani
